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Mercoledì 25 marzo in occasione della settimana del compleanno del Circolo proponiamo un Cineminocult con uno dei più amati e deliranti film di Cronenberg: “Il pasto nudo” (1991), ovviamente ispirato dal romanzo del 1959 di William S. Burroughs. Ci vediamo nell’Interzona!Quando David Cronenberg decise di adattare il romanzo Burroughs, si trovò davanti a un oggetto letterario quasi irrappresentabile, una costellazione di frammenti, di visioni slegate, un linguaggio osceno e satirico, allucinazioni tossiche, paranoie politiche: non c’era una vera trama, non c’era un ordine lineare, non c’era nemmeno una logica narrativa tradizionale.
Cronenberg comprende subito che adattarlo fedelmente sarebbe impossibile, così sceglie una strada radicalmente diversa: non portare il romanzo sullo schermo, ma immaginare le condizioni mentali e vitali che lo hanno generato, creando una sorta di biografia deformata dello scrittore, un viaggio nella mente di Burroughs mentre il libro prende forma.
Il protagonista Bill Lee (Peter Weller) è uno sterminatore di insetti che scivola progressivamente nella dipendenza dalla polvere insetticida che utilizza per lavoro. Dopo aver ucciso accidentalmente la moglie Joan ( eco della tragica vicenda reale che segnò la vita di Burroughs), Lee fugge verso la fantomatica Interzone, dove la realtà si dissolve in un labirinto di cospirazioni e creature mutanti, un territorio sospeso tra Tangeri coloniale, una città portuale e un paesaggio mentale. Qui la sua macchina da scrivere si trasforma in un gigantesco insetto parlante, gli oggetti assumono consistenza organica e il protagonista viene arruolato in una guerra segreta tra organizzazioni invisibili.
Ma la missione di spionaggio è soltanto un pretesto: ciò che Lee sta realmente facendo è scrivere.
L’Interzone ovviamente non è un luogo reale, è uno spazio psichico, un territorio dell’immaginazione dove la percezione è continuamente alterata dalla droga e dalla paranoia. Qui Cronenberg costruisce uno dei suoi universi più strani: bar fumosi, appartamenti decadenti, mercati nordafricani, uffici governativi popolati da creature viscide. Tutto sembra oscillare tra film giallo e uno di fantascienza, tra racconto di spionaggio e incubo surrealista, un noir allucinato in cui la struttura tipica del racconto investigativo viene progressivamente sabotata dalle visioni del protagonista.
Se c’è un tema che attraversa tutta la filmografia di Cronenberg è la trasformazione del corpo: nei suoi film precedenti la mutazione era fisica, virus, tumori, parassiti, mutazioni biologiche, mentre con “Il pasto nudo” questa ossessione cambia forma, perché è il linguaggio stesso che diventa carne. Le macchine da scrivere pulsano come organismi vivi, gli insetti parlano con voce burocratica, gli oggetti respirano: il processo creativo viene rappresentato come un fenomeno biologico quasi patologico. Scrivere è una malattia, un’infezione del pensiero, un dialogo tra coscienza e inconscio.
Sotto la superficie delirante del film si muove anche una riflessione politica: il romanzo di Burroughs era intriso di paranoia sui sistemi di controllo, governi invisibili, agenti segreti, manipolazioni linguistiche; Cronenberg riprende questa dimensione e la trasforma in una metafora della dipendenza, droghe, linguaggio, potere e sessualità diventano strumenti di dominio.
Curiosamente Cronenberg mette in scena tutto questo con uno stile estremamente controllato, la regia è precisa, le immagini non cercano mai l’effetto psichedelico: questo contrasto tra messa in scena razionale e contenuto delirante è uno dei tratti più affascinanti del film e la colonna sonora jazz di Ornette Coleman e Howard Shore contribuisce a questa atmosfera sospesa, fatta di improvvisazioni e deviazioni improvvise.
Alla fine Il pasto nudo non è soltanto un film sulla droga o sulla Beat Generation, ma è soprattutto un film sulla nascita di un’opera: Cronenberg immagina che l’autore non controlli davvero ciò che scrive, le parole emergono da una zona oscura della mente, alimentata da desideri repressi, traumi e ossessioni; il libro che Bill Lee sta scrivendo non è altro che il residuo di questa esperienza, il documento di un viaggio nella propria coscienza.
Ed è proprio questo che rende “Il pasto nudo” uno dei film più personali di Cronenberg, un omaggio a un autore amato, ma anche una riflessione sulla natura stessa della creazione artistica: un film che non cerca di spiegare l’opera di Burroughs, ma prova a mostrarne la sorgente segreta, quel punto oscuro dove l’immaginazione si confonde con il delirio.
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